Dimmi con chi vivi e ti dirò che microbiota hai

7 febbraio 2026
A064
Dimmi con chi vivi e ti dirò che microbiota hai
Le persone con cui trascorriamo il tempo condividono con noi non solo interessi e stili di vita, ma anche i ceppi batterici del microbiota intestinale. Uno studio pubblicato su Nature ha dimostrato questa connessione analizzando 1.787 adulti residenti in 18 villaggi isolati dell'Honduras.​

I ricercatori hanno mappato le interazioni sociali face-to-face e analizzato il microbiota intestinale di ogni partecipante, identificando 2.543 specie microbiche e 339.137 ceppi differenti. Mentre condividere la stessa specie batterica può essere casuale, condividere lo stesso ceppo è molto meno probabile a meno che non ci sia stata trasmissione diretta.​
In sintesi, nel paper si legge che i coniugi e le persone che vivono nella stessa casa condividono fino al 14% circa dei ceppi microbici intestinali, le persone che non vivono insieme ma trascorrono regolarmente tempo libero insieme condividono circa il 10% dei ceppi mentre gli individui dello stesso villaggio che non hanno l'abitudine di frequentarsi condividono solo il 4% dei ceppi.​
Lo studio ha rivelato anche l'esistenza di catene di trasmissione: gli amici degli amici condividono più ceppi di quanto ci si aspetterebbe per caso. La composizione del microbiota in prativa è risultata il più forte fattore predittivo delle interazioni sociali nel villaggio.​
Chiaramente gli individui al centro delle reti sociali condividevano più batteri con il resto della comunità rispetto a persone socialmente più isolate. La frequenza con cui le persone trascorrono tempo insieme, inclusa la condivisione dei pasti e il tipo di saluto (strette di mano, abbracci, baci), è associata a un aumento dello scambio microbico.​
Considerando che il microbiota intestinale è coinvolto nell'eziologia di un ampio spettro di patologie è chiaro che queste osservazioni devono essere prese in considerazione quando di valuta l'impatto del microbiota intestinale nel modulare (in senso negativo o positivo) il rischio di queste patologie.

https://www.nature.com/articles/s41586-024-08222-1

Giovanni Buonsanti