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Allergie alimentari

Manifestazioni cliniche, test diagnostici e prevalenza in Italia

G. Buonsanti (§)
§ Biologo, specialista in Genetica Applicata, Laboratorio di Analisi Cliniche Montemurro (SSR Regione Basilicata), Matera, Italy.


Abstract. Si riportano in questa rassegna alcuni concetti chiave relativi alle allergie alimentari, dalle principali manifestazioni cliniche ai test attualmente in uso nella pratica clinica per la diagnosi di allergia alimentare. Si analizzano i principali panallergeni e le reazioni crociate polline-alimento in grado di provocare fenomeni di allergia alimentare. Vengono infine analizzati i dati di letteratura scientifica attualmente disponibili relativi alla prevalenza dei vari tipi di allergeni alimentari in Italia.

Parole chiave: allergia alimentare, allergeni, Italia.

Indice degli argomenti (capitoli):
Introduzione
Manifestazioni cliniche [La sindrome orale allergica | Disturbi gastrointestinali | Manifestazioni dermatologiche | Disturbi respiratori | Anafilassi | Gestione del soggetto allergico | Storia naturale dell'ipersensibilità agli alimenti]
Test diagnostici [Skin prick test | Atopy patch test | Test orali | Dosaggio di IgE specifiche | Sviluppi futuri | Panallergeni | Crossreattività]
Prevalenza delle allergie alimentari in Italia
Bibliografia

 

::Introduzione::

Circa 10 anni fa l'EAACI (European Academy of Allergy and Clinical Immunology) ha pubblicato delle linee guida per la classificazione delle reazioni avverse agli alimenti. Secondo queste linee guida le reazioni avverse agli alimenti si suddividono in tossiche e non tossiche. Le tossiche sono reazioni avverse che si manifestano in ogni individuo esposto ad una dose di agente tossico sufficiente a scatenare la reazione; quelle non tossiche dipendono invece dalla suscettibilità individuale a certi tipi di alimenti e si suddividono a loro volta in immuno-mediate (a questa categoria appartengono le allergie) e non immuno-mediate anche dette intolleranze alimentari, che a loro volta possono essere ulteriormente suddivise in intolleranze enzimatiche (come ad esempio l'intolleranza al lattosio), intolleranze farmacologiche (reazioni avverse scatenate da sostanze come le amine vasoattive normalmente presenti in alcuni cibi), ed intolleranze non meglio classificabili (come le intolleranze agli additivi alimentari).

L'allergia alimentare è quindi una reazione avversa che si verifica quando un soggetto suscettibile viene esposto ad un determinato alimento (per contatto o ingestione) ed il suo sistema immunitario innesca una reazione clinicamente rilevante che noi chiamiamo allergia. L'allergia alimentare viene avvertita come un serio problema di salute nei paesi sviluppati, sebbene la maggioranza delle reazioni avverse agli alimenti sia causata da intolleranze. La percezione del fenomeno è probabilmente sovrastimata dall'opinione pubblica; recenti studi indicano infatti che una percentuale che può arrivare fino al 25% degli adulti ritengono di essere allergici o di avere parenti di allergici agli alimenti. In realtà per quanto riguarda i bambini una percentuale di poco inferiore al 10% hanno manifestato, nei primi tre anni di vita, disturbi alimentari di tipo allergico nella maggior parte dei casi dovuti al latte di mucca o alle uova di gallina. Più dell'85% di loro superano il problema con il progredire dell'età, fino ad una scomparsa entro la prima decade di vita nella quasi totalità dei casi. Negli adulti le allergie alimentari sono ancora meno frequenti che nei bambini. I dati di prevalenza nella regione europea sono ad oggi disomogenei, ma suggeriscono complessivamente una prevalenza compresa tra lo 0,3% e il 7,5% nei bambini e tra il 2 ed il 4% negli adulti.

 

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::Manifestazioni cliniche::

Le allergie alimentari causano manifestazioni cliniche a carico del tratto gastrointestinale, della pelle, delle vie aeree superiori e, nei casi più pericolosi, possono sfociare in anafilassi.

Sindrome orale allergica (OAS)
La manifestazione più frequente di allergia, soprattutto negli adulti, è rappresentata dalla sindrome orale allergica, un particolare tipo di orticaria da contatto che coinvolge labbra e mucosa orale e faringea. I sintomi si manifestano entro pochi minuti dall'ingestione dell'alimento allergenico e sono rappresentati da bolle sulle labbra, sulla lingua e sul palato, coinvolgendo anche gola, orecchie e naso. Spesso è presente anche angioedema di queste stesse aree. Le manifestazioni si risolvono spesso entro un'ora, ma in alcuni casi la sindrome orale allergica può essere potenzialmente fatale a causa dell'ingrossamento della faringe con una sintomatologia di tipo anafilattico. La sindrome orale allergica è associata alla sensibilizzazione nei confronti di allergeni vegetali labili (digeribili con pepsina o termolabili), come le profiline o gli omologhi della proteina Bet V1 (polline di betulla, vd avanti). Si tratta quindi da una crossreattività tra allergeni di pollini e di proteine vegetali presenti negli alimenti; il 75% dei soggetti con allergia alla betulla mostra infatti segni clinici di allergia in occasione dell'ingestione di alcuni alimenti come mela e pera, kiwi, nocciole e noci, sedano e carota; soggetti con allergia alla profilina mostrano segni di OAS all'ingestione degli alimenti sopra elencati ai quali si aggiungono pomodori, arance e meloni.

Disturbi gastrointestinali
I disturbi gastrointestinali causati da allergia alimentare si possono presentare con una varietà di sintomi che includono nausea, vomito e diarrea. Questi sintomi si sviluppano nel giro di pochi minuti e fino a due ore dall'ingestione dell'alimento responsabile.

Manifestazioni dermatologiche
La pelle è frequentemente coinvolta nelle allergie IgE-mediate. Le manifestazioni cutanee possono andare dal prurito all'orticaria (un fenomeno acuto di orticaria rappresenta il segno clinico più frequente di allergia alimentare in soggetti adulti), dall'angioedema alle eruzioni cutanee morbilliformi. Dal momento che gli allergeni IgE-reattivi sono rapidamente assorbiti durante digestione degli alimenti l'orticaria si può manifestare entro pochi minuti dall'ingestione dell'alimento e fino a ad un intervallo di qualche ora. L'orticaria da contatto è anch'essa una manifestazione comunemente associata alla manipolazione dei cibi; in alcuni casi pazienti con orticaria contatto manifestano anche allergia alimentare in occasione dell'ingestione di quegli stessi cibi. Infine la dermatite atopica è un'infiammazione della pelle cronica recidivante comunemente associata con la presenza di IgE specifiche verso allergeni alimentari o inalanti. La dermatite atopica è comunemente associata con allergia alimentare nei bambini, quasi la metà dei bambini con dermatite atopica risulta infatti allergico al latte o alle uova.

Disturbi respiratori
I sintomi respiratori (una congiuntivite e il broncospasmo) si possono manifestare in pazienti con allergia alimentare in associazione con disordini gastrointestinali e dermatologici ma raramente sono presenti come sintomi clinici unici.

Anafilassi
L'anafilassi viene definita come una reazione di ipersensibilità sistemica, grave e potenzialmente fatale. L'anafilassi è la più grave tra le reazioni allergiche e spesso si traduce in un'emergenza medica. I soggetti a maggior rischio sono i giovani con allergie alle nocciole o alle arachidi e presenza contemporanea di asma. Insieme ai farmaci gli alimenti sono la causa più frequente di anafilassi. L'anafilassi è causata da un improvviso e massiccio rilascio da parte di basofili e mastcellule dei loro mediatori all'interno del corpo con comparsa di sintomi gastrointestinali, dermatologici e respiratori, in alcuni casi associati con sintomi cardiovascolari come l'ipotensione, l'aritmia ed il collasso. I pazienti mostrano i sintomi entro pochi minuti o addirittura secondi dopo l'ingestione del cibo con una reazione generalizzata potenzialmente mortale caratterizzata dalla combinazione dei seguenti sintomi: orticaria generalizzata, eritema, prurito, nausea, vomito, dispnea dovuta edema della glottide o broncospasmo, vertigini, palpitazioni, svenimento e collasso.

Gestione del soggetto allergico
Attualmente non sono disponibili cure per l'allergia
. La gestione del paziente allergico si basa sull'eliminazione dell'alimento che scatena l'allergia. Per ottenere questo risultato il paziente deve essere ben informato su come riconoscere tempestivamente i segni della reazione allergica, su come leggere le etichette alimentari e su come riconoscere gli alimenti potenzialmente rischiosi (quelli cioè in cui vi possono essere fonti nascoste dell'allergene). Pazienti a rischio di reazioni gravi come quelle anafilattiche vengono resi autonomi nel somministrarsi opportune dosi di adrenalina in caso di necessità.

Storia naturale dell'ipersensibilità agli alimenti
La prima manifestazione di una allergia alimentare può essere una dermatite atopica, che si presenta nei bambini generalmente entro il primo anno di vita come segno clinico unico o in associazione con sintomi gastrointestinali. Entro la fine del primo anno, la dermatite solitamente è diminuita di intensità e può insorgere una sintomatologia allergica respiratoria. L'asma e la rinite allergica possono essere aggravati da allergie ad alimenti che possono essere identificati con i test cutanei. Nei primi quattro anni di vita la prevalenza all'ipersensibilità agli alimenti è più elevata. I cibi più frequentemente coinvolti sono il latte, le uova, le nocciole, le arachidi ed il pesce. In uno studio prospettico sull'ipersensibilità al latte di mucca il 50% dei bambini mostrava di aver perso l'allergia entro un anno di vita e l'85% dopo tre anni. Soggetti con allergie alle nocciole, alle arachidi o al pesce restano tuttavia reattivi per un periodo di tempo più lungo. Man mano che il bambino cresce, gli alimenti diventano meno importanti ed egli reagisce in modo progressivamente crescente agli allergeni inalati. All'età di 10 anni è raro che il bambino con asma e febbre da fieno abbia sintomi respiratori provocati dagli alimenti, anche se persiste la positività dei test cutanei. Il 75% circa dei bambini con ipersensibilità e dermatite atopica grave svilupperanno poi rinite allergica ed asma dopo i quattro anni. L'allergia orale dovuta alla cross-reattività polline-cibo (OAS) si sviluppa generalmente in età adulta.

 

::Test diagnostici::

La diagnosi di allergia parte sempre da un'anamnesi clinica e da un'indagine dietetica le quali devono essere però supportate da una serie di analisi in vivo ed in vitro. La presenza di atopia nei familiari è frequente; l'indagine dovrebbe includere la descrizione dei sintomi, il tipo e la quantità di cibo capace di provocare una reazione, se la reazione si manifesta solo quando il cibo è stato consumato crudo, il tempo trascorso tra l’ingestione e l’inizio della sintomatologia, l’età d’inizio dei disturbi, il fatto che la reazione si manifesti solo dopo sforzo fisico. Se l'indagine clinica lascia sospettare una allergia alimentare è necessario passare alla fase diagnostica. L'individuazione dell'alimento responsabile dell'allergia è sicuramente essenziale, ma in molti casi è l'identificazione della proteina responsabile dell'allergia il vero passaggio cruciale dal momento che solo così è possibile conoscere tutti gli alimenti (nei quali la proteina è contenuta) in grado di scatenare la reazione allergica. L'ostacolo principale in questo iter diagnostico è rappresentato dal fatto che, ad eccezione del test di provocazione orale con l'alimento responsabile, non esiste ad oggi un test in vivo o in vitro in grado di fare diagnosi di allergia alimentare con specificità e sensibilità assolute. È quindi necessario distinguere tra sensibilizzazione e allergia propriamente detta. La sensibilizzazione viene definita come la presenza di una risposta IgE specifica che si verifica in seguito all'esposizione del sistema immunitario ad un determinato allergene. I test attualmente disponibili per lo studio della sensibilizzazione sono rappresentati dallo skin prick test (test in vivo) e dal dosaggio delle IgE-specifiche (test in vitro), nessuno dei quali è in grado, di per sé, di predire in maniera inequivocabile il manifestarsi di una allergia alimentare.

Skin prick test (SPT)
Lo Skin-prick-test è utilizzato frequentemente per lo screening delle allergie agli alimenti. Viene posta sulla cute una goccia di un estratto allergenico diluito; la cute viene poi punteggiata o forata passando attraverso l'estratto, solitamente premendo su di essa con l'estremità di uno specillo tenuta inclinata con un angolo di 20 gradi, finché la punta non vi penetra liberamente. Controlli negativi e positivi vengono inseriti i in ogni seduta analitica: il diluente utilizzato per gli estratti allergenici o una soluzione salina vengono utilizzati generalmente come controlli negativi mentre una soluzione di istamina 10 mg/ml è utilizzata come controllo positivo. Un test cutaneo viene considerato positivo se provoca entro 15 minuti una reazione eritemato-pomfoide con presenza di un pomfo di diametro almeno 5 mm più grande del controllo. Lo SPT è un test che può essere eseguito facilmente è sicuro, economico e rapido: i risultati sono disponibili in 15 minuti. L'accuratezza diagnostica dello SPT dipende dalla qualità degli estratti degli allergeni alimentari utilizzati; a differenza di quanto accade per gli allergeni inalanti, molti estratti di alimenti disponibili in commercio non sono standardizzati. Nei bambini con dermatite atopica e allergia alimentare alle uova, latte, alle nocciole e al pesce, lo skin test con questi alimenti ha un'eccellente sensibilità e potere predittivo negativo (superiore al 90%) ma mostra ha una scarsa specificità e potere predittivo positivo (50-85%). Così, uno skin test negativo con questi estratti alimentari rappresenta un ottimo metodo per escludere un'allergia agli alimenti Ig-E mediata, ma un test positivo non è in grado di assicurare l'effettiva reattività clinica del paziente e la diagnosi finale dovrà sempre poggiare su un test orale (vd avanti).

Molti estratti di alimenti (in particolare per quelli derivati delle piante e con l'eccezione di quelli per uova, latte, nocciole e pesce) disponibili oggi in commercio per lo skin test mostrano una bassa sensibilità e quindi un elevato tasso di falsi negativi. Questo fenomeno è dovuto alla scarsa presenza o alla completa assenza di stabilità di molti allergeni contenuti nelle piante dovuta a processi endogeni alla cellula vegetale che ne determinano la loro degradazione. In questi casi un skin test con gli alimenti nativi mostra chiaramente una performance superiore: si parla di prick-prick test. In questo tipo di test, lo specillo viene immerso direttamente nell'alimento da testare e successivamente utilizzato sulla pelle del paziente per effettuare lo skin test. Attualmente questo è il metodo più affidabile per testare la frutta e la verdura. Il prick-prick-test è anche utile quando vi è una discrepanza tra la storia clinica del paziente e uno SPT negativo con un estratto commerciale o quando uno specifico estratto alimentare non è disponibile in commercio. I principali limiti del prick-prick test sono la bassa specificità (elevato tasso di falsi positivi), l'impossibilità di standardizzare la fonte alimentare e, naturalmente, la dipendenza della sua esecuzione dalla disponibilità dell'alimento fresco. La ridotta specificità è attribuibile alle crossreattività alimento-polline ed alla presenza di allergeni comuni a molti vegetali; la scarsa standardizzabilità è da attribuire alla mancata uniformità del contenuto delle proteine allergeniche nel vegetale in esame (infatti l’espressione di alcune proteine allergeniche contenute nella parte del vegetale che si utilizza per il test varia non solo in base alla specie ma anche in base alle condizioni di salute e crescita della singola pianta ed al livello di maturazione raggiunto). In ultima analisi l'unica strada per controllare l'effettiva rilevanza clinica del prick prick test è quello di effettuare un test orale.

Atopy patch test (APT)
Per effettuare l'APT gli allergeni vengono direttamente applicati sottocute e le lesioni dermatologiche vengono successivamente valutate. L'utilità dell'APT è controversa; sembra che questo test abbia un'elevata specificità e, in particolare quando combinato con il dosaggio delle IgE specifiche sul siero, sembra per alcuni autori il miglior strumento di diagnosi delle allergie alimentari in bambini e ragazzi con dermatite atopica. Altri autori tuttavia hanno riportato dati relativi ad una scarsa affidabilità dell'APT.

Test orali
Il test orale è il test d'eccellenza per la diagnosi di un'allergia alimentare e consente di disporre di una solida informazione su cui basare eventuali diete di eliminazione. Tuttavia va detto che in nei soggetti in cui si sia manifestata, in seguito all'ingestione di un alimento isolato, una reazione sistemica severa come l'anafilassi e nei quali è stata anche dimostrata la presenza di anticorpi IgE-specifici, la diagnosi può essere posta anche senza eseguire il test orale. Il test orale può essere eseguito in maniera aperta (sia l'operatore sanitario che il paziente sanno se è stato somministrato l'alimento oggetto del test), in single-blind (cioè singolo cieco: solo l'operatore sanitario sa se è stato somministrato l'alimento oggetto del test) o double-blind (cioè doppio cieco: nessuno dei due soggetti, il paziente ed il medico, sa se è stato somministrato l'alimento oggetto del test), e può essere controllato con placebo. Il test in doppio cieco contro placebo (double-blind placebo-controlled food challenge o DBPCFC) è attualmente considerato test di riferimento o gold standard per la diagnosi di allergia alimentare. È un test particolarmente adatto in ambito di ricerca, nelle malattie croniche come la dermatite atopica, o per pazienti che mostrano allergie nei confronti di diversi alimenti. Il placebo e l'alimento da testare vengono somministrati in ordine casuale. Il codice che li identifica non è noto né al paziente né all'operatore sanitario. Successivamente alla fase di valutazione clinica i codici vengono scoperti. In caso di test DBPCFC positivo l'alimento viene eliminato in modo permanente dalla dieta.

I test orali aperti sono utili per reintrodurre un alimento in una dieta successivamente ad una dieta di eliminazione e sono anche utili per la diagnosi di allergie in presenza di storia clinica e dosaggi ematologici di IgE negativi. I test in aperto sono anche utili come primo stadio di una procedura di provocazione: se il test in aperto è negativo l'alimento può essere introdotto nella dieta. L'alimento viene offerto al paziente in condizioni di digiuno partendo da una dose molto bassa che probabilmente non provocherà i sintomi; quantità incrementale di alimenti vengono poi fornite a intervalli regolari (in genere di 15-60 minuti), fino ad osservare una reazione positiva o fino a quando il paziente mangia una quantità di alimento corrispondente ad una normale porzione. Anche i test orali mostrano alcune limitazioni. Innanzitutto sono di difficile esecuzione e possono essere erogati solo in pochi centri specializzati; il limite concettuale maggiore, tuttavia, è rappresentato dal fatto che spesso questi test non sempre sono in grado di riprodurre quello che avviene al paziente nella sua vita quotidiana: un chiaro esempio di questo è l'anafilassi cibo-dipendente ed esercizio-indotta: pazienti affetti da questa forma di anafilassi hanno un skin test positivo, elevati livelli di IgE ma la reazione anafilattica si manifesta soltanto se l'ingestione dell'alimento è seguita (in un intervallo di tempo che va da alcuni minuti a 3 ore) da esercizio fisico. In queste circostanze un test orale risulterebbe falsamente negativo. I test orali dovrebbero essere eseguiti in un ambiente ospedaliero, dove è sempre disponibile un servizio di emergenza.

Dosaggio delle IgE-specifiche
Di dosaggio delle IgE specifiche su siero si basa su varianti applicative del metodo ELISA (enzyme-linked immuno-sorbant assay). In una variante il campione del paziente viene incubato con una fase solida alla quale è stata adesa ed immobilizzata la preparazione di allergeni i quali a loro volta legano e catturano specifici anticorpi IgE presenti nel siero del paziente; la reazione prosegue con l'aggiunta di un coniugato enzimatico: si tratta di una molecola costituita da un anticorpo monoclonale che riconosce specificatamente di anticorpi IgE e da un enzima in grado di trasformare un substrato la cui trasformazione chimica determina la formazione di un prodotto facilmente quantificabile: la quantificazione di questo prodotto è proporzionale all'allergene presente e viene utilizzata come parametro per la determinazione quantitativa dell'allergene stesso. In una variante di questa tecnica di anticorpi IgE presenti nel siero del paziente vengono dapprima catturati e immobilizzati e successivamente vengono cimentati con gli antigeni a loro volta marcati: segue come sopra la rilevazione e la successiva determinazione quantitativa. In un terzo tipo di tecnica di anticorpi IgE del paziente vengono fatti legare in una fase liquida con gli antigeni marcati e successivamente si cattura il complesso allergene anticorpo grazie alla marcatura dell'antigene; a questo punto la rilevazione avviene grazie ad un coniugato enzimatico che riconosce genericamente gli anticorpi IgE.

In tutti e tre i casi vengono utilizzate delle curve di calibrazione realizzate con degli standard a titolo noto e i risultati del paziente vengono confrontati con queste curve di calibrazione al fine di ottenere un dato quantitativo che viene espresso in unità internazionali per millilitro di siero o plasma. Il dato quantitativo risulta particolarmente importante dal momento che una correlazione tra concentrazioni di IgE specifiche e probabilità di una reazione allergica dopo test orale è stata dimostrata per diversi alimenti allergenici tra cui arachidi, latte, uova e pesce. Nonostante ciò è necessario interpretare sempre con cautela il dato quantitativo dal momento che in alcuni casi si osservano alti livelli di IgE specifiche in soggetti che non hanno mai mostrato una reazione avversa all'ingestione di quel determinato alimento e nello stesso tempo si possono osservare robuste reazioni cliniche in soggetti con bassi livelli di IgE specifiche.

I parametri di qualità richiesti per il dosaggio delle IgE specifiche (a prescindere da quale dei tre metodi viene utilizzato) si basano sulla specificità delle molecole di anticorpi utilizzate, sull'assenza di legami aspecifici, sul livello di segnale di fondo (background), sul controllo dell'interferenza da parte di anticorpi della classe IgG, sulla linearità di diluizione del campione, sui coefficienti di variazione intra-assay (cioè sulla precisione analitica del sistema in uso). Se tali parametri vengono tenuti sotto controllo il dosaggio degli anticorpi IgE-specifici è un dato di laboratorio particolarmente utile: tali anticorpi sono presenti nella gran parte dei pazienti con allergia clinicamente manifesta e la loro assenza può essere utilizzata con una certa affidabilità per escludere la sensibilizzazione nei confronti dell'allergene testato. In ogni caso la presenza di allergeni strutturalmente simili in alimenti diversi può determinare in alcuni casi una reazione positiva e quindi un test positivo per alimenti verso cui il soggetto non reagisce o che non ha mai consumato.

Numerose pubblicazioni oltre che il loro diffuso utilizzo nella pratica clinica dimostrano che il dosaggio delle IgE specifiche è miglior marcatore al momento disponibile nella routine per la diagnosi delle allergie. L'allergia è un disordine progressivo in cui la sensibilizzazione rappresenta lo stadio precoce e la comparsa dei sintomi della malattia rappresentano lo stadio tardivo. Ne segue che la presenza di una sensibilizzazione individuabile con i test di laboratorio può essere rilevata in pazienti che ancora non hanno manifestato i segni clinici dell'allergia; al contrario nello stato stadio avanzato della malattia possono essere generati anticorpi specifici contro strutture solo raramente coinvolte nell'evocare i sintomi allergici. Da questo punto di vista il dosaggio delle IgE specifiche può essere utilizzato per stabilire la presenza di sensibilizzazione anche in assenza di sintomatologia clinica. Si tratta quindi di un dato assai utile potenzialmente capace di individuare tempestivamente una sensibilizzazione. D'altro canto il dosaggio delle IgE specifiche mostra dei limiti intrinseci, in larga parte attribuibili alla presenza di crossreattività che forniscono risultati falsamente positivi; un altro limite è rappresentato dal fatto che gli estratti alimentari utilizzati per la produzione degli allergeni da testare sono spesso instabili e/o presenti in quantità bassissime esponendo quindi al rischio di risultati falsamente negativi. In definitiva, come già detto in precedenza, il potere predittivo positivo dei metodi diagnostici basati sul dosaggio delle IgE è generalmente più basso rispetto al potere predittivo negativo.

Sviluppi futuri
Le due principali linee di sviluppo dei test allergici sono rappresentate dall'utilizzo di allergeni ricombinanti e dall'uso di array per l'analisi simultanea di centinaia di allergeni diversi. Le possibilità offerte dalla tecnologia consentono oggi di studiare ed isolare allergeni sotto-rappresentati a partire da un ampio ventaglio di fonti alimentari differenti. Di conseguenza sarà presto possibile utilizzare direttamente gli allergeni ricombinanti, superando così le problematiche dovute alle basse quantità o all'instabilità degli allergeni ricavati dagli estratti naturali. Inoltre, la possibilità oggi offerta dalla tecnologia di disporre in ordine noto migliaia di molecole su un unico supporto di dimensioni limitate consentirà di avere a disposizione strumenti analitici che consentiranno di analizzare simultaneamente centinaia o migliaia di tali allergeni ricombinanti. Naturalmente ci si attende che gli allergeni ricombinanti possano essere utilizzati, oltre che per la diagnosi, anche per realizzare immunoterapie mirate in cui si abbassa il tasso di allergenicità del farmaco a parità di immunogenicità.

Panallergeni
I panallergeni sono proteine presenti in in famiglie vegetali tassonomicamente non correlate; si tratta di proteine di difesa, espresse cioè dalla pianta contro infezioni di funghi e parassiti vari. Possono essere allergeni stabili (come ad esempio le lipid transfer proteins) o labili (come Bet V1 o come le profiline); stabilità o labilità di riferisce alla capacità di resistere o meno alla proteolisi digestiva e/o al trattamento termico.

> Bet V1 è l’allergene maggiore della betulla ed è la proteina a cui è sensibile più del 95% degli allergici al polline di betulla. Si tratta di una proteina altamente conservata appartenente alla famiglia delle patogenesis-related protein di tipo 10 (PR-10). È un allergene altamente cross-reattivo con altri allergeni delle fagaceae: nocciolo, ontano, carpino ma anche con quercia e castagno, ed è presente anche in zone dove la betulla non è diffusa. Sono stati identificati molti allergeni alimentari Bet v1-correlati: la sensibilizzazione alla proteina maggiore delle betulle espone al rischi di OAS in occasione dell'ingestione di mela, pera, ciliegia, albicocca, sedano, carota, nocciole e castagne. I sintomi non si manifestano invece quando gli alimenti sono consumati cotti dal momento che Bet V1 è un allergene labile.
> Le profiline sono proteine che si trovano nel citoplasma di tutte le cellule nucleate. La loro funzione consistente principalmente nel legare, polimerizzare o depolimerizzare l’actina monomerica. Attraverso questa funzione le profiline regolano la motilità intrinseca delle cellule, l’allungamento cellulare, e, in definitiva, la loro forma (“profilo”). Data la loro importanza funzionale non stupisce che le sequenze amminoacidiche delle profiline siano ben conservate in specie vegetali anche molto diverse ed evolutivamente distanti. Moltissimi pollini contengono profilina allergenica e tra questi anche le graminaceae e l’artemisia. La profilina è contenuta anche nel lattice. Le profiline sono molto labili al calore (e quindi sono distrutte dalla cottura degli alimenti) ed alla digestione gastrica e quindi i sintomi allergici si manifestano solo quando i cibi responsabili sono consumati crudi: si tratta di mela, pera, ciliegia, pesca, nocciola, sedano, banana, melone, arachidi, pomodoro, soia, ananas e lattice.
> Le proteine di trasporto dei lipidi (LTP) sono molecole in genere localizzate al di sotto della buccia di alcuni tipi di frutta che svolgono funzione di difesa contro i patogeni delle piante. Sono allergeni stabili in grado di sensibilizzare il soggetto attraverso la via orale e successivamente indurre gravi reazioni sistemiche anche quando i relativi cibi sono stati cotti o sottoposti a trattamenti industriali (come accade ad esempio per i succhi di frutta, birra, vino, nocciole e arachidi). Nell’area mediterranea l’allergia alle Rosaceae (specie la pesca) è correlata alla sensibilizzazione alla LTP, che si trova poi in svariati altri frutti delle Rosaceae così come in altri frutti, cereali, vegetali. Un paziente può sensibilizzarsi unicamente alla LTP della pesca oppure a tutto lo spettro di LTP contenuto in una vasta schiera di frutta o vegetali. Non esistono ancora dati sufficienti per poter stabilire se un paziente resterà monosensibile ad un tipo di LTP o svilupperà polisensibilizzazione all’interno di questo gruppo di panallergeni. Cibi che causano una sintomatologia allergica in soggetti LTP-positivi sono le Rosacee (pesca, mela, pera, susina e prugna, albicocca, nespola, ciliegia, fragola), frutti a guscio, mais, riso, birra, uve.

Crossreattività
Nella tabella sottostante sono riportate le crossreattività, cioè le reazioni allergiche crociate scatenate dalla sensibilizzazione ad un polline e che si manifestano in occasione dell'ingestione di uno o più cibi.

Crossreattività

 

::Prevalenza delle allergie alimentari in Italia::

I dati di prevalenza delle allergie alimentari in Italia sono disponibili grazie al lavoro dell'Associazione Allergologi Immunologi Territoriali e Ospedalieri che ha dato vita al consorzio epidemAAITO (un gruppo di studio multicentrico) il cui scopo è quello di definire la prevalenza delle allergie alimentari in adulti italiani. Il consorzio ha pubblicato sul numero di novembre 2009 della rivista internazionale Clinical & Experimantal Allergy (vd bibliografia) i risultati di uno studio che ha coinvolto nell'anno 2007 un totale di 25.601 soggetti osservati nei 17 centri italiani che hanno partecipato allo studio. I soggetti che hanno mostrato un'allergia alimentare IgE-mediata, rappresentavano l'8,5% del totale (1079 soggetti) e sono stati classificati come segue.

1. Soggetti con allergia alimentare di tipo 1 o primaria: si tratta di individui allergici che mostrano una sensibilizzazione primaria ad alimenti, in larga parte di origine vegetale. All'interno di questo gruppo è possibile distinguere soggetti con allergia a:

  • LTP (lipid transfer protein); diagnosticata tramite positività allo SPT con un estratto commerciale di pesca (studi precedenti hanno infatti dimostrato che questo estratto contiene virtualmente soltanto per LTP ad una concentrazione di 30 µg/ml e che uno SPT con quest'estratto può essere utilizzato come marcatore di sensibilizzazione generale alle LTPs)
  • Frutta a guscio; questo gruppo comprende I pazienti allergici alla frutta guscio (nocciole, noci, noci brasiliane, pistacchi, pinoli, mandorle, castagne, arachidi e anacardi) ma negativi all'LTP.
  • Semi oleosi; pazienti con un'allergia al sesamo, semi di girasole, papavero ed altri semi oleosi ma negativi alla frutta guscio
  • Legumi; pazienti positivi a fagioli, ceci, lenticchie, piselli, lupini
  • Kiwi; soggetti con allergia al kiwi
  • Altri; soggetti con allergia ad un singolo alimento vegetale

2. Soggetti con allergia alimentare di tipo 2 o secondaria: si tratta di individui con un'allergia causata da una cross-reattività dovuta ad un agente sensibilizzante primario. All'interno di questo gruppo è possibile distinguere soggetti con

  • Sindrome orale allergica; questo sottogruppo include sia pazienti con una sensibilizzazione al polline di betulla (Bet v1) sia pazienti che mostrano una sensibilizzazione allergeni inalanti stagionali (e quindi probabilmente sensibilizzati alla profilina). Poiché entrambi questi allergeni (Bet v1 e profilina) sono panallergeni labili (termolabili o digeribili dalle pepsine presenti nel tratto gastrointestinale) la sindrome orale allergica è stata diagnosticata per quei pazienti che mostrano una buona tolleranza nei confronti dell'alimento allergenico quando cotto o sottoposto a processamento industriale e/o il presenza di uno SPT positivo con l'alimento crudo ma negativo con l'estratto commerciale di quello stesso alimento.
  • Sindrome allergica lattice-frutta; si tratta di una condizione che si manifesta in presenza di una associazione tra allergia al lattice ed allergia ad alcuni alimenti di origine vegetale come castagne, avocado, kiwi, papaya e banana.
  • Sindrome da artemisia-sedano-spezie; a questo gruppo appartengono soggetti con sensibilizzazione primaria all'artemisia con una storia clinica di allergia a sedano, finocchio, anice, ed altre spezie.

Nello studio presentato un 1079 soggetti allergici si sono così suddivisi: 617 casi (57%) avevano una allergia alimentare di tipo due (crossreattiva). La quasi totalità di loro (97%) mostravano una sindrome orale allergica, mentre i casi osservati di sindrome allergica lattice-frutta ed i casi di sindrome da artemisia-sedano-spezie erano complessivamente rappresentati nel rimanente 3% dei casi. La maggior parte dei soggetti con allergia alimentare di tipo due mostra una sintomatologia locale complessivamente blanda con sintomi sistemici riferiti ad una porzione molto ridotta di casi, mentre i rari casi di allergia lattice-frutta e di sindrome artemisia-sedano-spezie mostrano invece frequentemente sintomi sistemici di una certa gravità.

Il 45% dei soggetti allergici (485 soggetti) mostravano invece un'allergia di tipo uno. La grande maggioranza di loro mostravano una allergia ad alimenti vegetali (72%), mentre il 13% aveva una allergia ai gamberetti, il 4% al pesce, il 3% al latte, il 3% alle uova, il 2% dei cereali, il 3% ad altre. All'interno del gruppo con allergia alla frutta e la verdura il 60% dei soggetti aveva una sensibilizzazione alla LTP, il 21% mostrava allergia alla frutta a guscio, il 7% ai kiwi, il 5% ai legumi e l'1% ai semi oleosi.

I dati pubblicati dal gruppo epidemAAITO sono riassunti nella tabella sottostante:

Allergeni in Italia

Da questi dati si deduce chiaramente che la forma più frequente di allergia alimentare in Italia è la sindrome orale allergica dovuta alla sensibilizzazione crociata polline-alimento, seguita da allergia agli alimenti vegetali dovuta alla sensibilizzazione alle Lipid Transfer Proteins (LTP).

L'analisi dei dati stratificati per macro-regioni (Nord, Centro e Sud Italia) mostra differenze significative nell'incidenza dei vari tipi di allergia nel nostro paese. In particolare, l'allergia alimentare dovuta ad una sensibilizzazione primaria rappresenta la quasi totalità dei casi di allergia nel Sud (96%), scende nel Centro (72%) e rappresenta solo poco più di un terzo dei casi nel Nord (36%); il dato rilevato nel Sud è quasi esclusivamente sostenuto da una elevata incidenza della allergia dovuta a frutta e verdura (88%), mentre nel Nord questo tipo di sensibilizzazione decresce percentualmente a favore di quella ai gamberetti. Al contrario di quanto accade nel Sud, nelle regioni del Nord è più diffusa la sindrome orale allergica (64% al Nord, 24% al Centro e solo 6% al Sud).

 

::Bibliografia::

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Inizialmente pubblicato su biomedit.it nel gennaio 2010